Kashi – il sacrificio della mia vita quodidiana

In passato in India c’era un usanza religiosa estrema, secondo la quale le persone si suicidavano, volontariamente, gettandosi da una rupe. Tale suicidio era assicurato dall’altezza del precipizio e dal fatto che sul fondo della rupe erano posizionate lame taglienti rivolte verso l’alto.

La morte era assicurata. E tutti quanti dovremmo chiederci perché la devozione, in tutti i suoi vari culti nel mondo, arriva a dei “rituali” così duri e violenti. Oggigiorno in India il governo ha fermato questa pratica dichiarandola illegale.

Purtroppo quello che accade nella mente quando essa si degrada, è il traslare materialmente (e alla lettera) ciò che sarebbe una metafora spirituale, per porre fine alla vita interiore di cattive abitudini e vizi che mi tormentano e mi danneggiano. Porre fine nel senso di comprenderli e risolverli in maniera più o meno determinata sicuramente, ma non per questo devo porre fine alla mia vita nella speranza di risolvere il cattivo karma.

Infatti, il significato spirituale del Sacrificio di Kashi sta nel generare al mio interno lo stadio di assenza. Assenza da ciò che altera la mia natura, da ciò che disturba la mia mente e il mio cuore. Si potrebbe definire anche come Vairagya, uno stadio interiore in cui sono mentalmente al di là delle conseguenze buone e cattive delle mie azioni. In cui ho compreso l’inefficacia del potere di soddisfazione dei piaceri passeggeri e mi spingo quindi verso mete più stabili spiritualmente. Mi spingo verso uno stile di vita che genera pace.

Questo in essenza è il significato simbolico del gettarsi dalla rupe di Kashi, tornare al mio punto di pace. Scegliere di lasciar andare certe pratiche e mentalità che sabotano la mia vita e la mia contentezza. Qualcuno purtroppo ha ben pensato di prendere la scorciatoia umana e tramutare così una sadhana spirituale in una pratica orrenda e violenta come quella di suicidarsi gettandosi in un precipizio pieno di lame taglienti.

Questo accade purtroppo, non solo nella pratica religiosa ma anche nella vita quotidiana, scambiamo infatti quasi costantemente il principio immateriale di una pratica con un fare che, per i limiti che l’azione porta con sé, diventa il più delle volte freddo e indifferente, frenetico ed egocentrico. Essere distaccati non significa essere indifferenti così come servire il prossimo non significa correre a destra e a sinistra fino a svuotarsi. Uccidere l’ego o bruciare il karma non significa quindi suicidarsi fisicamente!

Sono le macchie della mia anima che vanno offerte in sacrificio. Sacrificio come impegno quotidiano per cui scelgo di portare verso il sacro determinati aspetti profani che covano al mio interno. E’ una pratica di purificazione.

Quindi non sacrifico nemmeno me stesso ma la mia tendenza incompleta e viziosa che mi spinge a fare cose di cui poi mi pento e per cui sto male. Scelgo di fare questo non tanto per non essere più influenzato dalla materia o dalle persone ma appunto per far si che le mie tendenze degenerate non prendano il sopravvento sulla mia natura, che tende invece alla libertà e alla completezza.

Allora si che prendo la decisione di uccidere queste tendenze facendole cadere dalla mia rupe interiore di Kashi. Probabilmente è da questa svista fatale che qualcuno, secoli fa, ha ben pensato di suicidarsi fisicamente per porre fine all’ombra che albergava in lui o in lei. Non comprendendo che determinate macchie non sono materiali, e quindi non si cancellano con un gesto fisico. Così come c’è chi pensa di purificarsi facendosi il bagno nel fiume, sarebbe bello… e molto comodo. Basterebbero dei bagni regolari ma l’acqua, seppur un toccasana per il corpo, non ha il potere di curare le ferite dello spirito.

Occorrono invece una pratica e un sacrificio spirituali. Il suicidio è semplicemente un modo per rimandare una problematica, o per mettere una grande toppa su qualcosa che poi, in un modo o in un altro, verrà fuori nella nascita successiva.

Comunque, la metafora ci viene sicuramente in aiuto. Lasciar cadere determinate tendenze in un abisso, in un fuoco da cui usciranno purificate. L’abisso di fuoco è un’altra grande metafora del cammino di trasformazione, anch’essa purtroppo traslata fisicamente da vari culti che hanno tremendamente pensato di bruciare vive le vittime sacrificali.

Lo so è orrendo, e per fortuna noi qui parliamo del Fuoco dell’Ascesi. Il fuoco che accendo nel mio animo quando mi decido a incamerare determinate verità spirituali e quando desidero (ardentemente) metterle in pratica. La rupe o il fuoco sono simboli di determinazione e risoluzione, non sto tanto a pensarci su ma agisco secondo il principio di non violenza che addolcisce il mio cuore. Poi, nelle mie riflessioni, cerco di capire il più possibile perché è meglio lasciar andare un comportamento vizioso, magari piacevole ma che mi fa star male.

Buone riflessioni quindi, e buona pratica spirituale!

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Università Spirituale Brahma Kumaris

A proposito dell'autore

Marco De Biagi
Marco De Biagi

Marco De Biagi vive e lavora a Milano. Coordina le attività della Brahma Kumaris in Lombardia assieme a un team e dirige con successo gli eventi online ed offline della Self Help Academy, un'accademia di auto aiuto.

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